L’articolo pubblicato da La Stampa il 29 dicembre 2025, dal titolo “Allarme arbitri: non si può andare avanti così”, riporta al centro del dibattito pubblico una criticità ormai evidente: la crescente difficoltà, per il movimento sportivo nel suo complesso e per quello rugbistico in particolare, di garantire una base arbitrale numericamente adeguata, motivata e tutelata.
Si tratta, tuttavia, di un allarme tutt’altro che improvviso. Per la Lega Italiana Arbitri di Rugby questa situazione non rappresenta una scoperta recente, ma l’esito prevedibile di un processo denunciato da anni con continuità, documentazione e coerenza. Un percorso che, nonostante la sua chiarezza, non ha mai trovato un reale spazio di confronto con la Federazione Italiana Rugby né con il Comitato Nazionale Arbitri.
Un’analisi lunga anni, ignorata troppo a lungo
Già dal 2021 la L.I.A.R. ha acceso i riflettori su nodi strutturali del sistema arbitrale: il riconoscimento del ruolo dell’arbitro, la sostenibilità economica dell’attività, la fragilità della base e il progressivo abbandono da parte di molti tesserati.
Articoli e documenti come “Siamo di genere professionali o siamo a gettone professionisti?”, “Il fattore educativo dell’arbitro”, “Cavolo, la base!” e “Fotografia della base del movimento arbitrale”, che già allora descrivevano un movimento in difficoltà, incapace di trattenere e valorizzare le proprie risorse.
Negli anni successivi, tali criticità non solo non si sono risolte, ma si sono ulteriormente aggravate, anche a causa dell’aumento del costo della vita e della mancanza di adeguate misure di sostegno, come evidenziato nell’articolo “Stringiamo la cinghia – Il caro vita colpisce sempre più la classe arbitrale”. Una parvenza di ripresa si è registrata, ma si è trattato di un evidente “colpo di bacchetta”: la riapertura dei cancelli agli arbitri fuori ruolo per motivi anagrafici e la loro riabilitazione all’attività arbitrale. Un’operazione che gonfia i numeri senza affrontare il problema reale. Puro doping statistico.
I numeri si costruiscono investendo sulle nuove leve, non richiamando chi era già tesserato.
Un movimento che perde arbitri e fiducia
Il dato più allarmante riguarda il progressivo calo degli iscritti: a fronte di un numero sempre minore di nuovi arbitri, cresce costantemente il numero di colleghi che scelgono di non rinnovare il tesseramento.
A questo si aggiunge una crisi di rappresentanza emersa in modo chiaro dal sondaggio promosso a seguito delle elezioni del CNA 2025, i cui risultati indicano come una parte significativa del movimento non si riconosca pienamente nei propri rappresentanti eletti.
Un segnale che non può essere ignorato e che conferma quanto la L.I.A.R. sostiene da tempo: la distanza tra base arbitrale e strutture di governo è diventata un problema sistemico.
L’arbitro come educatore: una visione rimasta inascoltata
Sempre, nel 2021 la L.I.A.R. ha elaborato un documento che definiva l’arbitro non solo come ufficiale di gara, ma come figura educativa centrale nel sistema rugbistico.
Nel 2022, attraverso due Project Work distinti elaborati per il Corso di formazione per operatori sportivi “Manager dell’etica sportiva”, sviluppato da Sport e Salute, abbiamo fornito un’analisi dettagliata di un movimento arbitrale e rugbistico in progressiva deriva, indicando criticità e possibili soluzioni.
Anche in questi casi, le proposte avanzate non hanno trovato accoglienza né hanno generato un confronto strutturato con le istituzioni di riferimento.
È importante ribadire che l’Associazione non ha mai avanzato richieste di natura politica o di potere.
Abbiamo sempre chiesto esclusivamente ascolto, dialogo e confronto, nella convinzione che solo attraverso una discussione aperta e trasparente sia possibile affrontare una crisi che oggi appare sotto gli occhi di tutti.
La pubblicazione su La Stampa conferma dunque una realtà già ampiamente documentata. Il problema esiste da tempo e non può più essere considerato episodico o contingente.
Il rischio più grande, oggi, è quello di affrontare la crisi in modo frammentario, concentrandosi su singole responsabilità anziché su una visione complessiva.
Il rugby, per sua natura, è uno sport fondato sul gruppo, sulla responsabilità condivisa e sul senso di appartenenza.
Come ricordavano Giannino Scuderi e Aldo Invernici nel loro testo del 1982, “Sport e personalità. Valore educativo dello sport – Il gioco del Rugby“, il rugby trova la propria forza nella dimensione collettiva, dove l’individuo si mette al servizio del gruppo.
Alla luce di quanto emerso anche dal dibattito mediatico recente, la Lega Italiana Arbitri di Rugby rinnova la propria piena disponibilità a un confronto leale, trasparente e costruttivo con la Federazione Italiana Rugby e con il Comitato Nazionale Arbitri.
Perché arbitri, dirigenti e istituzioni sono parte dello stesso sistema.
Perché di fronte alla palla ovale siamo tutti uguali.
E perché il rugby, oggi più che mai, deve tornare a essere un NOI.
E perché, parafrasando la celebre battuta di Febbre da Cavallo con Gigi Proietti, un rugby “maschio” senza fischio non è coraggio: è solo una corsa cieca verso il disordine.


