Questa sera si vota.
E già questo, per il Distretto 1, è una notizia.
Dopo settimane di silenzi, mezze frasi, equilibri tenuti in piedi con lo scotch e scelte rimandate fino all’ultimo secondo utile, ci si ritrova –finalmente- davanti a due candidati. Un evento raro, quasi anomalo, per quello che da tempo è conosciuto come il regno del “Reuccio”.
Vale la pena ricordarlo, perché spesso si fa finta di nulla: si torna alle urne non per virtù, ma per necessità. Perché qualcuno non ha fatto una scelta quando avrebbe dovuto farla. Perché si è preferito tenere tutto insieme, finché è stato possibile, salvo poi mollare quando la situazione è diventata indifendibile.
Oggi il copione cambia, ma solo in parte.
Da un lato c’è un candidato che potremmo definire senza troppi giri di parole un fedelissimo, seppur proveniente da un’altra regione. Dall’altro un candidato della stessa regione del rappresentante del uscente, che per molti rappresenta non una vera alternativa, ma – come diceva un famoso comico genovese – una scelta tra il peggio e il “leggermente meno peggio”. Ma a noi va benissimo così.
Infatti è qui che la partita diventa interessante.
Perché non è una questione personale. Non lo è mai stata. È una questione di metodo, di visione, di sistema.
La domanda, alla fine, è brutale nella sua semplicità:
si voterà per provare a fare il bene del Distretto o per consolidare una filiera di fedeltà già ampiamente collaudata?
Scegliere il fedelissimo significa dire che la continuità viene prima di tutto. Prima del territorio, prima della rappresentanza reale, prima di qualsiasi segnale di discontinuità. Significa accettare che il Distretto 1 continui a essere gestito per riflesso, più che per ascolto.
Scegliere l’altro candidato non è automaticamente una rivoluzione. Non lo è e nessuno lo sostiene che lo sia. Ma è, quantomeno, il riconoscimento che così non si può andare avanti all’infinito, che qualcosa va messo in discussione, anche solo per smettere di far finta che vada tutto bene.
In questo scenario, il gruppo toscano può fare la differenza.
I numeri parlano chiaro. Il peso c’è. Quello che resta da capire è se ci sarà la volontà di usarlo fino in fondo.
Qui non si tratta più di stare alla finestra o di limitarsi a “prendere atto”. Qui si tratta di scegliere se restare spettatori o diventare finalmente protagonisti.
Perché, come ammoniva Dante, “li ignavi mai non fur vivi”: e questa è una di quelle occasioni in cui l’indifferenza pesa quanto – se non più – di una scelta sbagliata.
Naturalmente, come sempre accade in prossimità delle urne, non mancano le promesse. Dichiarazioni di intenti, rassicurazioni, aperture improvvise. Cambiali staccate con grande disinvoltura, che poi verranno – nella migliore delle ipotesi – archiviate in un cassetto una volta chiuso il voto. La storia recente dovrebbe aver insegnato qualcosa, almeno su questo.
C’è infine un aspetto che va ribadito, senza giri di parole.
Eventuali comportamenti anomali, pressioni, dinamiche poco limpide vanno segnalate. Non domani, non “quando sarà il momento”, ma quando accadono.
Le alte sfere sanno.
Hanno sempre saputo.
Ma se alla consapevolezza non segue il coraggio, allora il rischio è uno solo: un bagno di omertà spaventoso, in cui tutti vedono, tutti capiscono… e tutti tacciono. E a quel punto non resterà più nessuno a cui dare la colpa, se non a noi stessi.
Il tempo stringe.
Il link per votare arriverà a breve.
E questa sera si scrive una pagina che difficilmente potrà essere archiviata come una semplice formalità. È una scelta che dirà molto più di quanto sembri.
Le “Cronache di Narnia Arbitrale” continueranno? Forse.
Buon voto.
E come non mai, buona memoria.


