Manuale di sopravvivenza -semiserio- ai rimborsi arbitrali

Ci sono mestieri in cui il tempo è una variabile fondamentale: l’orologiaio, l’astronauta… e l’arbitro di rugby. Perché sì, mentre in campo ci si affanna a rispettare l’orologio, la linea del vantaggio e il sacro fluire del gioco, fuori dal campo sembra che il tempo scorra con leggi tutte sue. Leggi che, a quanto pare, la Federazione interpreta con la stessa elasticità con cui alcuni piloni interpretano le regole del fuorigioco.

Chi arbitra lo fa per passione, certo, ma anche per quella piccola soddisfazione economica che — si dice — arrivi “a breve”. Ora, è importante chiarire che il concetto di “breve” in Federazione non corrisponde esattamente a quello riportato nei dizionari. Nella lingua comune, “a breve” significa qualche giorno, qualche settimana. Nel mondo dei pagamenti arbitrali, invece, pare significhi un intervallo di tempo compreso tra un’era geologica e la prossima riforma del calendario Maya.

Il risultato? L’arbitro — figura che in campo viene accusata di vedere il gioco in anticipo o in ritardo — fuori dal campo scopre che il vero ritardo non è mai il suo. Ma quello dei bonifici.

E allora immaginiamolo, il nostro direttore di gara. In attesa del rimborso per quella partita di Serie C del 2021, guarda il conto corrente come si guarderebbe un TMO: con la speranza di trovare qualcosa di buono, e la consapevolezza che probabilmente non succederà. La banca, dal canto suo, non aiuta: ogni volta che arriva un rimborso, festeggia come se fosse la cometa di Halley — roba che si vede una volta ogni tanto, e pure con un certo stupore.

Eppure, sarebbe bello che la Federazione ricordasse una cosa semplice: se il rugby è “valori, rispetto e disciplina”, allora il rispetto passa anche da un pagamento che arrivi… come dire… entro la stessa decade in cui si è arbitrato. Una richiesta modesta, non proprio da rivoluzione industriale.

Perché il punto non è il denaro in sé — chi arbitra lo sa bene — ma la sensazione di essere considerati. Di essere una parte essenziale del gioco, e non un’appendice dimenticata tra una riunione e un comunicato. Perché senza arbitri, il rugby non si gioca. Mentre senza pagamenti puntuali, l’arbitro sì, continua a giocare… ma con un sorriso un po’ più amaro, o guardando altrove.

Dunque, cara FIR, lo diciamo con la stessa pacata fermezza con cui si spiega a un mediano di mischia perché la palla era irregolare: non serve magia, non serve fantascienza. Basta pagare. Non subito, ma almeno prima che i nostri nipoti prendano il fischietto al posto nostro.

Nel frattempo, noi arbitri continueremo a correre in campo, a studiare regolamenti, ad incassare insulti con classe (quelli si, e tanti!)… e a controllare l’estratto conto. Non si sa mai: magari oggi è il grande giorno. Magari.

O forse no. Ma ci piace crederlo: anche perché la speranza, a differenza dei rimborsi, arriva sempre in tempo.

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